La bellezza è la manifestazione dello spirito nella forma sensibile.

Quanto siamo lontani, oggi, da questa suggestiva quanto alti- sonante formula hegeliana? Molto, si direbbe.
Eoni senza misura ci separano anche dalle invocazioni disperate di Kandinsky, dal suo ricordarci che In queste epoche silenziose e cieche, gli uomini danno importanza solo al successo esteriore (...) salutano come una grande impresa il progresso tecnico che giova e può giovare solo al corpo. Omelie un po’ pretesche ci paiono simili richiami alle spiritualità che si celerebbero nell’arte, alla forza provocatoria di un Qualcosa che vorrebbe essere un Qualcos’altro, un Qui che vorrebbe essere Altrove. Ma ancora più lontani – lungo i wormhole di grandezze siderali – siamo dal Baudelaire quarantottardo de La Salut Public, che inneggia alla poesia come calco luminoso delle speranze e delle convinzioni popolari.

Oggi viviamo in un mondo tanto collaterale quanto ineluttabile, e solamente alle compagnie di telecomunicazione, alle auto ibride o alle meraviglie del Sostenibile Biodinamico è data la possibilità di fare il Futuro. Solo nel linguaggio sinuoso e rincretinente della pubblicità risuona talvolta la parola rivoluzione. L’arte, in tutto questo, non ha spazio, parola o senso alcuno. Perché cercarne uno, dunque?

Si parla molto – ma soprattutto si scrive – di NFT, Not Fungible Tokens. E anche noi – io e voi – siamo qui a parlarne, ma soprattutto a scriverne. Per questi oggetti semplici e misteriosi il brulichìo della comunicazione giornalistica sta cercando, tardiva- mente al solito, un’identità, una collocazione nel listino delle banalizzazioni rassicuranti, nell’operare di quella semiotica cervellicida che riduce tutto al manicheismo del titolista più pigro: NFT, orgia finanziaria o nuovo rinascimento?

Cosa dire...

Il termine “rinascimento” fu un’invenzione dello storico della Révolution Jules Michelet, che lo coniò solo nel 1855, così come il “medioevo” era stato ufficializzato da Christoph Keller nel 1688 e l’“ellenismo”, per mano di Droysen, nella prima metà del XIX secolo. Nessuno dispone da sé del proprio nome, ognuno vive certamente una coscienza autentica e vitale – ma al contempo terribilmente confusa – del proprio tempo. Un locus instabile e sdrucciolevole che solamente tempi ulteriori sapranno condurre al battesimo, peraltro ridisegnandolo a propria immagine e somiglianza e perdendone per strada il tessuto empirico reale. Degli NFT sappiamo già tutto e non sappiamo niente. Enti virtuali connessi a una catallattica virtuale, agganciata a meccanismi di validazione anch’essi virtuali, dove ci porteranno? E dove porteranno l’arte?

Non è tanto questo a interessarci; in fondo non è neppure sicuro che la domanda possegga in sé un vero significato. Non ci prodigheremo, dunque, in inutili diagnosi, prognosi, predizioni, miraggi. L’arte non va in nessun posto, non è un viandante e non ha alcuna meta, il suo essere si perpetua soprattutto nella convenzione-convinzione sociale che essa esista e abbia una funzione, non ha importanza quale sia. Più semplice – e insieme impossibile – è dare un contenuto all’altra polarità magnetica del nostro campo: la tecnologia. Negli NFT queste due entità entrano in risonanza, si specchiano e si completano, ma lungo quali vie? Certi d’essere destinati allo smarrimento, seguiremo questo punto di domanda.

Anamorfosi. Il nome del nostro piccolo “ritaglio di giornale”, della rubrichetta più o meno periodica con cui si cercherà di intrattenervi, è stato scelto simultaneamente d’impulso e con cura. D’impulso, perché suona dannatamente bene all’orecchio, non trovate? Quella commistione di rettili spire ana-condiche e ana- colutiche e mor-bosità-mor-bilità-mor-talità, quel non so che di morfiinico-morfeico... Sì, è una parola dalle assonanze semi- conscie e potenti. Quanto alla cura, be’ se ne trova il senso nell’artefatto piccolo e ingannevole che la parola descrive. L’anamorfosi è uno scherzo barocco costruito per sorprendere la percezione, è il piccolo stupore di un’immagine smantellata che si ricompone solo a patto di sbilanciare, spostare di lato il proprio punto di vista, ma è anche un guazzabuglio che diviene leggibile

solo se disteso e proiettato su una superficie diversa da quella di partenza. Per citare il grande Baltrušaitis – che le dedicò uno dei suoi splendidi studi – l’anamorfosi è un rebus, un mostro, un prodigio. Più di così non si può chiedere.

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