Ospiti di un mondo che non li ha invitati e che malvolentieri li tollera, i filosofi trovano rifugio nelle accademie, nelle consulenze aziendali o nel competitivo impegno d’essere alla moda. A quest’ultimo fine, capita che si trovino costretti ad abbracciare il meno filosofico degli oggetti – la contemporaneità – sperando così d’esser retribuiti con il titolo di interessanti. Uno dei filosofi più interessanti attualmente in circolo è senza dubbio il germano-coreano Byung-Chul Han, che tra le varie implicazioni di un incessante lavorio ha trovato anche modo e tempo per occuparsi de La salvezza del bello (2015). Figlio di quell’eclettismo, tipicamente contemporaneo, che consiste nel fare la propria filosofia appiccicando l’uno all’altro i pezzi della filosofia altrui, Han non è per questo meno efficace nel fornire qualche spunto alla nostra forchetta. Ecco una riflessione sull’idea di bellezza che potrebbe insaporire la vostra giornata: “Il bello naturale si manifesta come ‘la traccia del non-identico nelle cose sottoposte alla signoria della identità universale’ – inizia, trafugando un pezzo di estetica adorniana, e prosegue – Il bello digitale  mette al bando qualsiasi negatività del non-identico e permette solo differenze consumabili, utilizzabili. L’alterità cede il posto alla diversità (…) Quanto più spesso è tessuta la Rete, tanto più radicalmente il mondo si scherma e protegge dall’altro e dall’esterno. La retina digitale trasforma il mondo in uno schermo di immagini e di controllo. In questo spazio visuale autoerotico, in questa interiorità digitale non è possibile alcuno stupore. Gli uomini trovano piacere solo per se stessi”. Certo, siamo tutti d’accordo. Oltre che di eclettismo, la filosofia di Byung-Chul Han è malata anche di un, seppur leggero, ermetismo linguistico, che d’altro canto è il miglior vaccino contro altre e ben più gravi patologie della comunicazione odierna. Quello che ci sta servendo non è, però, un ben infiocchettato nulla. La sua pensata – potremmo dire – è l’equivalente d’una Merda d’artista in formato filosofico: l’opportunità di porre un oggetto pauperosignificante (chi non sa che l’universo digitale attuale è il luogo di un annientamento cognitivo di massa, governato da un immaginario-delle-merci totale?) al centro di un processo di significazione e valorizzazione. Un oggetto – un corpo – digitale è a tutti gli effetti un non-oggetto, ovvero il mistero di un’esistenza consegnata integralmente alla sola polarità percettiva della vista. Come in una sorta di allucinazione berkeleyana, esso è esperibile esclusivamente come composizione di illusioni su uno sfondo non pienamente “dimensionale” (dove è effettivamente l’orco Schrek? Dove sono effettivamente i demoni che ci assalgono in Doom?)… Ma basta questo a farne un ente privo di alterità? In fondo, gli oggetti così “sostanziali” delle arti materiali sono da sempre sottratti alla nostra esperienza tattile, rubati alla pienezza dell’essere (che scienza stanca è l’ontologia!) da vetri, allarmi e reticolati dell’interdizione museale. Sono essi stessi divenuti incorporei, intangibili, digitali. 

 

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