Tutti sappiamo che il nuovo anno inizia a settembre.

Millenni di convenzioni astro­nomiche e tradizioni storico-culturali non bastano a convincerci che il ciclo cosmico si rinnovi (o banalmente si riproponga) in quella malinconica e chiassosa nottata che separa il trentun dicembre dal primo gennaio; noi sentiamo che il restart del sistema può collocarsi solo nel riavviarsi delle attività produttive, nella tetra primavera della ripartenza – che goffa espressione! – scolastico-lavorativa... Del resto, pare che oggi non si pretenda che questo: tornare alla normalità. Più o meno come se il grano cresciuto libero invocasse l’incedere della trebbiatrice o come se il fante, stanco del pur fetido tepore della trincea, chiedesse a gran voce di gettarsi contro la mitraglia nemica. Così è. Come ebbe a osservare Eric Arthur Blair – alias George Orwell – “I Cratchit sono in grado di godersi il Natale proprio perché arriva una sola volta all’anno”; la natura della felicità, nel sentimentalismo vittoriano di Dicken­s così come sul piano sdruc­ciolevole della storia, è saldata in simbiosi logica ed esistenziale con la sua provvisorietà. Sull’ecli­t­tica del nostro discorrere d’Arte e Tecnologia, questa constata­zione si innesta in modo leggermente obliquo, ma non per questo fuori luogo. La possibilità di porre l’Arte come momento di felicità, per chi ne crea le forme così come per chi ne fruisce, è data negli interstizi di liceità (ché libertà sarebbe un termine troppo impegnativo) concesso dal sistema della produzione-consumo solo per distrazio­ne, irrilevanza o incom­pletezza dei suoi protocolli (il dejà vu del gatto nero in Matrix). Nella misura in cui l’Arte è concretizzazione di un immaginario, essa è anche l’ultima enclave di resistenza, la valle del Panshir – o la Bastogne – in una mente collettiva infestata di incubi e sogni che non ci appartengono, ma a cui noi siamo stati svenduti. Stando a quanto il vecchio Adorno appuntava nel 1963, “Nell’industria culturale il concetto di “tecnica” ha solo il nome in comune con il suo corrispettivo nel campo delle opere d’arte. Qui la tecnica si riferisce all’oggetto in sé, alla sua logica interna. Essendo anzitutto una tecnica di diffusione e di riproduzione meccanica, quella dell’industria culturale si mantiene sempre esterna la proprio oggetto. L’industria culturale trova un supporto ideologico proprio nel fatto di guardarsi bene dall’applicare con totale coerenza le proprie tecniche ai propri prodotti”. Arte è possibilità di godimento data fuori dal sistema della riproducibilità infinita e indifferenziata, fuori dalla serialità amministrata, è va­can­za appena prima della ripartenza. E se vi sembra che questo non abbia nulla a che fare con ciò di cui stiamo parlando, accettate un consiglio. Riavviate il sistema.

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