Il 24 marzo del 2021 le cronache registrano un episodio singolare, di quelli che farebbero la gioia di Tom Wolfe e dei suoi siparietti di compiaciuta conversazione radical-rococò. Pare, riferiscono i giornalisti gongolanti, che l’intramon­tabile (benché tramontato nel dicembre del 2015) Lemmy Kilmister, vocalist-bassista del gruppo metal Motörhead, abbia a suo tempo deciso di far recapitare agli amici più intimi un fantasioso souvenir post mortem: una pallottola contenente le sue ceneri.

La cosa non è inedita. La materia organica – lo pneuma vivente – è inclusa nell’inorganico come parte di un’oggettivazione artistica almeno da quando Elena, la madre dell’imperatore Costantino, cominciò a dar la caccia alla Croce, avviando la stagione dei reliquiari. Ossa, tessuti, gocce di sangue giacciono nelle chiese cristiane d’ogni dove, incapsulati in involucri marmorei, aurei o lignei finemente intarsiati che fanno da cornice al duplice fascino, taumaturgico e soteriologico, del cadavere santificato.

 

I corpi umani e animali sono del resto le prime, vere fonti dell’ossessione artistica, almeno nella misura in cui sono allacciati a – e intrisi da – fantasmi di potere. Potere sugli spettri della fallibilità e della morte, dominio sull’imprevedibilità delle forze naturali e sulle giostre della fortuna. Secondo quanto riferisce lo storico Georg Ostrogorsky, l’imperatore bizantino Niceforo I divenne parte di questo gioco di forze lungo una via per lui in verità non troppo giocosa. Nell’811 il suo esercito fu infatti circondato e distrutto dalle forze del khan bulgaro Krum (un personaggio così suggestivo da aver segnato anche J. K. Rowling, si direbbe), il quale si fece fare una coppa col suo teschio, nel quale brindava nei banchetti coi suoi boiari. Ancora più celebre è il caso di Oliver Cromwell, la cui testa spiccata nel 1661 veniva esibita, perlopiù a colazione, dal londinese Josiah Wilkinson quale curiosità e orpello mondano, ancora ai primordi del XIX secolo. Ma davvero si potrebbero citare infiniti altri casi esemplari: il dito di Galileo, la chioma di Beethoven, la mummia di Jeremy Bentham… Gli scarti destinati al tubo di scarico della memoria, le spoglie vuote e scolorite, incastonate in una scenografia museale, divengono oggetti apolidi. Né scienza né arte.

O forse entrambe le cose.

 

È davvero un sardonico scherzo del destino che l’escatologia – la scienza dell’avvenire – e la scatologia, sapienza dell’escremento, siano separate solo da quel piccolo fonema, quella provvidenziale “e” che discrimina le nostre speranze sul futuro da ciò che depositiamo con disgusto, e forse con un pizzico di vergogna, nel nostro passato. A guidarci – con stivali e guanti di gomma – sulla via di questa maleodorante riflessione è il più famoso caso di sintesi organico-inorganico che l’arte novecentesca abbia deposto nelle proprie teche, la Merda d’artista di Piero Manzoni. Come la cenere di Lemmy, le (presunte) deiezioni manzoniane giacciono incapsulate in un contenitore metallico, una latta di fabbricazione industriale che ne sottolinea la natura seriale, il suo esser copia di copia, riproduzione di un’imitazione, falso sprovvisto d’un originale. Questo ci colpisce assai più che l’irrisione-protesta dell’artista nei confronti del sistema-arte, una polemica affasci­nante, ma ormai perduta per noi che la guardiamo dalle sponde del mercato totale.

 

Hai pagato questa merda duecentomila franchi!

È l’esclamazione sogghignante che l’amico Marc rivolge all’amico Serge nella pièce “Arte” di Yasmina Reza (1994). Ancora la merda, lo scarto, il residuo biologico come metro e strumento estetico. L’oggetto di tanta diffidenza è un quadro dell’inesistente pittore Antrios, una tela bianca attraversata da linee di un “bianco diverso”, opera che richiama senza dubbio la Great Rock’n’Roll Swindle di Lucio Fontana, coi suoi tagli spazial-metafisici, il taglierino Stanley e l’accurata quanto risibile preparazione interiore che richie­devano. La pittura contem­poranea non ti interessa, non ti ha mai interessato – recita la controffensiva dell’amico Serge – . È un campo che non conosci affatto, quindi come puoi sostenere che un oggetto, che obbedisce a leggi che tu ignori, è una merda? Domanda pesante, questa, ma in un certoqual modo fuorviante. L’arte non risponde (non più, per lo meno) ad alcuna legge, ma esercita attivamente una funzione. Nella fattispecie  quella di distruggere l’amicizia tra Serge e Marc. Nel punto focale in cui rinuncia ad essere prodotto di una tecnologia, diventa tecnologia in sé, tecnica della decostruzione e dell’estra­niazione.

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