Nei Souvenirs sur Rainer Maria Rilke, la principessa Marie de la Tour et Taxis riporta un sogno riferitole dal poeta.

Quest’ultimo – racconta – tiene in mano un pezzo di terra nera, grasso, umido, stranamente disgustoso. Lo lavora, come fosse argilla, con grande ripugnanza (…) mentre lo taglia pensa che l’interno sarà ancora più orrendo dell’esterno e guarda, esitando, la parte che ha appena scoperto, e trova la superficie di una farfalla con le ali spiegate, bellissima per forme e colori. La citazione, che è in verità presa a prestito da La Terre et les Rêveries du repos di Gaston Bachelard (1948), ci serve per uno scopo doppio e ambiguo, come tutto ciò che riguarda arte e tecnologia nel loro disordinato dialogo. Da un lato, illustra il loro scambio con singolare trasparenza. Come le celeberrime Prigioni michelangiolesche testimoniano, infatti, “arte” è estrazione tecnica da un indifferenziato materiale, precisazione di un’idea che modifica, che trasforma ciò a cui si applica. Mistero, dunque, della res cogitans che colpisce la res extensa. Dall’altro introduce la straordinaria figura di Bachelard stesso.

 

Chi volesse – come impedirlo? – cercarlo sulle pagine di Wikipedia, lo troverebbe sommariamente definito come “filosofo della scienza e della poesia”, formula che unisce il vantaggio della sostanziale correttezza a quello della più sconfortante superfi­cialità. Possibile farne a meno al giorno d’oggi?

In verità il buon Gaston fu soprattutto – e programmaticamente – un filosofo dell’immaginario, della dimensione recettiva, au­to­poietica, ipnoide e creativa del sogno ad occhi aperti, dell’im­provvisazione, della sintesi iconico-linguistica. Solo attra­verso le produzioni di questa macchina potentissima è possibile la congettura scientifica, solo essa fornisce il tessuto ideo-teorico che alimenta ogni programma di ricerca. La scienza non esiste, né è concepibile razionalmente, fuori dall’immaginazione, anche se taluni sembrano opporsi a questo dato elementare.

 

Scienza e tecnica non hanno nulla da spartire, disse una volta il grande matematico tedesco David Hilbert, e Hilbert era uno che di rado parlava o pensava a vanvera. La sua era una posizione di principio, rispettabile ma storicamente fragile: Galileo si recava all’Arsenale di Venezia a scrutare il moto di argani e pulegge e i fisici d’oggi giocano a biliardo con le nanoparticelle in acceleratori che sono templi della tecnica concretata. Si compone dunque una sorta di tetragramma alchemico un quadrato di opposizioni e com­plementarietà in cui ogni entità occupa un angolo e in cui ognuna di esse è sospesa in una perfettta tensione: immaginazione-scienza-tecno­logia-arte.

 

Ad occhi chiusi, la tecnologia si presenta ammantata di un immaginario sfuggente, ma specifico. Un baluginare di metallo e plastica modellata, un’aura di elettricità statica, articolazioni grigoferro, labirinti di rame su vetronite, luci e colori in movimento su superfici sensibili al tatto, istantaneità dell’incontro intercontinentale, asettici corridoi e provette traslucide. Siamo poco inclini, in questa reverie vagamente fumettistica, a riconoscere che il libro, il pennello o la ricerca cromatica che il pittore intraprende nella miscela di terre e piante sono tecnologie a tutti gli effetti.

 

Una notizia giunta da noi il 16 aprile 2021 ci informa che uno studio pubblicato nella rivista The Journal of Archeology, Consciousness and Culture [in realtà, questo è il sottotitolo della rivista Time and Mind, n.d.r.] proverebbe come alcune pitture rupestri, in particolare quelle trovate nelle più oscure profondità delle caverne, sarebbero state create dagli antichi uomini quando stavano vivendo delle esperienze allucinatorie. Il trip nascerebbe dall’ipossia cerebrale: il poco ossigeno disponi­bile (per via dell’illuminazione presumibilmente fornita da torce) avrebbe condotto a una sovraproduzione di dopamina, neurotrasmettitore fisiologica­mente correlato ai sogni e – appunto – alle allucinazioni, e di qui a dipingere sballandosi, come dei Basquiat ante litteram. Non è poi molto importante soffermarsi a riflettere su quanto questa ipotesi sia verosimile o se di per sé rappresenti qualcosa di rilevante per la comprensione dell’arte paleolitica. Ci basta, almeno per ora, notare come nella produzione figurativa di un’umanità remota e ormai perduta si possa – ovvero si avverta il bisogno di – ravvisare   la presenza di un elemento materiale come regista e governatore dell’immateriale. La chimica del cervello come matrice della fantasticazione cromatica e vitalistica che si agita nella pittura rupestre. La farfalla con le ali spiegate deve emergere da un grumo di terra.

;