La nostre Belle Arti sono state istituite, e il loro tipo e il loro uso sono stati fissati, in un’epoca ben distinta dalla nostra e da uomini il cui potere d’azione sulle cose era insignificante rispetto a quello di cui  noi disponiamo… È questo l’incipit, già di per sé illumi­nan­te, di un’epigrafe che Walter Benjamin ruba alla penna di Paul Valéry. Il saggio che ne viene incoronato è, a ben pensare, il primo e forse l’unico che avrebbe dovuto venirci in mente: L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Tutto quello che si può dire sul nostro tema prediletto è lì, custodito in pagine pubblicate nel 1936, sull’orlo della catastrofe europea. Da veri rapinatori quali siamo, non ci soffermeremo sulla complessa fecondità del saggio. Ci basterà prendere in prestito il concetto benjaminiano di “aura”, l’Hic et Nunc, lo specifico dell’opera d’arte. La sua autenticità. È chiaro – vero? – che tutta la nostra partita si gioca qui, intorno al valore che un atto d’arte assume e conserva e trasmette in virtù della sua unicità. Unicità come valore. E valore come…? Ci sarà un antropologo che abbia studiato il supremo mistero della valoriz­zazione degli oggetti? Potrebbe risultarne un che di sconvolgente per le convenzioni assolutizzate delle nostre dottrine economiche. Secondo la leggenda, riportata da Alberto Manguel e Gianni Guadalupi, i sudditi dell’Eldorado usano l’oro solo per scopi estetici, adornandone palazzi e templi, ma lo stimano in realtà assai meno del cibo e delle bevande. In effetti, la loro capitale Manoa è interamente edificata con l’oro stesso, quasi lo reputassero un materiale meramente funzionale, benché umile, come il cemento. Che dalle nostre parti vale più dell’oro.

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