Sono favorevole all’asservimento della coscienza umana attra-verso la materia, ma non credo che l’analisi economica del mondo, che la riduzione di tutti i problemi del mondo al semplice fattore economico sia un buon mezzo per giungere a questo scopo... Antonin Artaud scriveva questo appunto nelle terre infuocate del Messico, dove era fuggito – nel 1936 – per sottrarsi alla palude di un’Europa ormai decrepita e omicida, infettata dallo scientismo più miope quanto dal misticismo più fanatico, pronta a consegnarsi allo stupro dell’assassinio industriale. È curioso notare qui come le sue note – rivolte allora al marxismo – siano oggi riferibili senza alcuna sbavatura al totalitarismo economicistico attuale. Prima di essere acchiappato per la collottola e infilato in una camicia di forza, il surrealista Artaud – l’artista, l’attore, il drammaturgo e le altre mille maschere – parla al futuro con voce sonante, al punto che fin da quaggiù, fin in queste tenebre, è possibile sentirlo. Se non è alla materia del fare-e-scambiare economico che si può consegnare la coscienza – e con essa l’arte – a cosa si dovrà concederla? A cosa appartiene questa collezione d’ombre, con il suo valore monetario e la sua ormai intiepidita idea di bellezza? Qual è, insomma, il collante che salda oggetto a oggetto nella galleria del mercante, nel martelletto del banditore d’asta, nella casa dell’acquirente? Il filosofo e storico Krzystof Pomian, che nel ’36 aveva solo due anni, può forse esserci d’aiuto. Sua è una riflessione di illuminante, abbacinante, semplicità, che si riferisce alla collezione d’arte come idea, all’accostamento apparentemente casuale di “cose” in uno spazio altro: Tutti questi oggetti sono mantenuti temporaneamente o definitivamente fuori del circuito delle attività economiche, sottoposti a una protezione speciale in luoghi chiusi sistemati a tale scopo, ed esposti allo sguardo. Tutti, senza eccezione, svolgono il ruolo di intermediari tra gli spettatori e un mondo invisibile di cui parlano i miti, i racconti e le storie. Sono psicopompi tra gli universi, messaggeri dell’invisibile in questa terra di sconsolata visibilità. Portano senso. E dunque sono – letteralmente – semiofori.

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