Lo specchio è quasi per certo la più potente tecnologia che l’umanità abbia mai inflitto a se stessa. Non è forse il falsario definitivo? Non è il Congegno dell’inautenticità suprema, riproduttore assoluto e insieme irrimediabilmente fallace? Macchina copiatrice perfetta, ma nel contempo prigioniera della geometria ottica, può restituirci l’oggetto che ruba solo al prezzo di ulteriori rispecchiamenti, di superficie in superficie. Nello specchio abbiamo appreso il nostro viso, la costruzione dell’autoritratto e la fragile definizione del Sé. È questo suo talento ad attrarci – non il fascino che esercitò su Athanasius Kircher, su Jean Cocteau, su Carroll o su Borges, quale matrice di universi altri e paralleli, ma in quanto terrificante plasma in cui si forma la fisionomia umana, artificio cosmogonico che dà sostanza a questo universo. Lungo il corso della Loira, nel castello di Villandry, giace, tra i superbi dipinti collezionati da Henri Carvallo, la seicentesca riproduzione su tela di un Filosofo allo specchio, che ha sulle opere di Velasquez e Jan van Eyck il vantaggio di presentarsi a noi anonima, sgombra del suo autore. Il pensatore nel quadro appare vecchio, stanco, paralizzato da un silente sgomento. Il più infernale – e inesorabilmente laico – dei memento mori. Il suo sguardo però è dentro il nostro sguardo, è stato creato perché lo vedessimo. Solitaria, e in questo misteriosa, è invece l’impresa dello scultore Franz Xavier Messerschmidt. Maestro apprezzato alla corte di Maria Teresa d’Austria, Franz costituisce motivo d’interesse anche per i documentaristi più svogliati perché qualche indecrittabile Messaggio per l’Imperatore sembra far capolino dai suoi marmi. Intorno al 1774 si ritira a vita privata e confeziona un numero imprecisato – sessantanove o sessantaquattro, a seconda delle fonti (in ogni caso pare ne sopravvivano poco meno di quaranta) – di busti marmorei, ognuno dei quali rappresenta un fotogramma della gamma espressiva umana: l’urlo (o lo sbadiglio?), il dolore, l’imbarazzo, l’allegria trattenuta, lo sberleffo, il tutto congelato in forma estrema, non caricaturale, ma piuttosto depurata. Di lui si dice che fosse pazzo, che gli si agitassero dentro dei démoni, e che questa fosse una sorta di autoterapia. Ma ciò che più colpisce è l’atto meramente tecnico che seppe realizzare. Un'arte fatta per non comparire di fronte a nessuno.

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