La finestra e il giardino

 

 

Sul fondo nero del kessel di Stalingrado, nell’inverno del 1942, il cappellano e medico militare Kurt Reuber disegnò una Madonna con bambino sul retro di una carta militare sottratta ai russi. L’opera era accompagnata da un’epigrafe quanto mai singolare: Luce, Vita, Amore. In quella pestilenziale e gelida cloaca di carne morta e dilaniata, cimitero vivente di fame, sete, pidocchi, macerie e sudiciume, l’ufficiale tedesco – giunto al seguito di un’orda di assassini sanguinari – produceva un atto incongruo, fuori dallo spazio e dal tempo, un costrutto di senso disancorato da qualsiasi referenzialità semantica, un unicum d’arte o un gesto di metafisica ipocrisia. Era quello un tentativo di ripristinare un momento d’umanita? La domanda, in tutta evidenza, non ha risposte sensate: Reuber era umano mentre avanzava con la XVI Panzerdivision in un turbine di cruento sadismo, ed egualmente lo era quando riscopriva in sé il mai appassito germoglio del tenero amore teologale. La guerra, del resto, è il paradiso della tecnologia e nel contempo è culla d’arti. Entusiasmo in cui si pavoneggia il filosofo dilettante sfogliando il trattatello di Sun Tzu – e che solo la vista d’un bambino decapitato dallo shrapnel può forse smorzare. La guerra, allora, diviene regno della tecnica alienante e volto deturpato di un’umanità abbattuta e sconfitta. Che labirinto di specchi! Nel 1925, il pensatore spagnolo Ortega y Gasset aveva già trovato un bandolo per questa matassa. “Per vedere un oggetto dobbiamo disporre in modo adeguato il nostro apparato visivo”, osserva nel suo La deshumanización del arte. “Immagini il lettore che stiamo guardando un giardino attraverso il vetro di una finestra. I nostri occhi si disporranno in modo che il raggio dello sguardo penetri nel vetro senza fermarvisi...”. Ma per l’arte del suo tempo, ciò che deve essere oggetto di sguardo è proprio quella trasparenza, nella sua materialità. Non la sollecitazione emotiva che soggiunge dal colore e dalle forme profumose dei fiori, non la componente “popolare e sentimentalistica”, coinvolgente e interiorizzabile immediatamente, ma il telaio tecnico – l’idea in sé del fare artistico, nelle sue articolazioni e mediazioni formali specifiche. L’arte, per essere compresa (sempre che essere com­presa sia il suo fine), deve essere ripulita da ciò che vi è di strettamente inerente l’interesse umano.

Deve essere disumanizzata.

 

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