Le vetrine della milanese via della Spiga ospitano in questi giorni alcune opere d’arte; il che, a ben vedere, non comporta un mutamento della loro funzione abituale: ora come prima espon­gono oggetti il cui costo è commisurato allo statusche il loro possesso implica. Ma questa è un’osservazione incidentale, oltre che scientemente tendenziosa. Ciò che ci importa segnalare è la presenza – in quelle vetrine – di alcune pecore rozzamente rein­terpretate dall’artista tedesca Judith Hopf quali blocchi di cemento su gambe di metallo. Una stilizzazione ironica, animata solo dalle “fisionomie” scarabocchiate che vi fanno capo­lino qua e là, in un carosello di stupori, perplessità, scontentezze. Le pecore della Hopf, sintesi di quella scabra semplificazione del vivente che pertiene per lo più al fumetto, allude però ad altre semplificazioni e a non meno indecifrabili animazioni. Si sa, o si dovrebbe sapere, che gli androidi sognano pecore elettriche, ma cosa fanno quando sono svegli? La macchina antropomorfa – l’Automa che scrive – realizzata nel 1773 da Pierre Jaquet-Droz e Jean-Frédéric Leschot rispondeva con quello che, con ardita sintesi linguistica, potremmo de­finire un truismo deittico: “Nous sommes les androï­des”, ver­gava con la sua mano da bambino metallico. Ma non senza aggiungere un decisamente più impe­gnativo “Cogito ergo sum”. La speranzosa meraviglia sucitata ai tempi da simili marchingegni, circa un’imminente rivoluzione post-umana e il sorgere di un’età delle Macchine Intelligenti, non deve trarci in inganno, così come non deve ammansirci l’entusiasmo di certi manuali scolastici d’oggi. Di solito – ci ricorda il grande Ernst Cassirer nel suo Die Philosophie der Auflkärung (1936) – si considera il passaggio al “mecca­nismo” e al “materialismo” come un segno caratteristico del XVIII secolo (…). In realtà invece questo materialismo com’è rappresentato per esempio dal Sistema della natura di Holbach e da L’uomo macchina di La Mettrie, non è che un fenomeno isolato, assolutamente privo d’importanza tipica… La transizione dall’in­or­ganico al simil-organico non passa insomma banalmente per un generico affermarsi della Macchina come idea-guida di una nuova esegesi naturale, né per il macchinismo industriale che di lì a poco travolgerà l’Europa. I processi che giacciono dietro questo affratellamento tra umano e inumano rispondono a una logica non lineare. I simulacri biomeccanici che oggi affollano le fiere della tecnologia (una rapida scampagnata su YouTube sarà sufficiente a rintracciarne diversi) sono in effetti, almeno all’ap­paren­za, la manifestazione di un’analoga dissonanza. In essi assai più che il principio d’investimento immediatamente frutti­fero che prevale in ogni altro campo dell’attività economica si dise­gna un che di elusivamente estetico. Nell’ambito della massima implementa­zione razionale e tecnica vive un principio di de-razionalizzazione. Un principio artistico, in un certo senso.

Non è cosa da poco. Torneremo a parlarne.

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